“Il mondo è come un libro e chi non viaggia ne conosce una pagina soltanto.” scrisse Sant’Agostino.
Mentre il poeta e filosofo persiano Omar Khayyam ha cantato nei suoi poemi: “la vita è un viaggio e chi viaggia vive due volte”. Secondo questi aforismi viaggiare è un’esperienza che arricchisce notevolmente, poiché consente di vivere una vita piena di nuove scoperte, di emozioni e di conoscenze, come se si vivesse una seconda volta. Viaggiare apre la mente, insegna a conoscere culture diverse, ci permette di incontrare nuove persone e arricchisce il nostro bagaglio personale e culturale, facendoci fare tesoro della storia che costituisce le nostre radici.
Sono queste le motivazioni che ci spingono a metterci in viaggio verso mete antiche e sempre nuove. Un viaggio spirituale alla scoperta delle radici del cristianesimo in Grecia, seguendo le orme di San Paolo, vuole pertanto essere:
un’occasione unica per rileggere “il libro sacro” della nostra storia e un modo vivo per approfondirci nella fede a contatto dei luoghi che videro nascere e crescere i primi cristiani.

Sui passi di San Paolo, dall’Agorà all’Areopago di Atene
Un Pellegritour in Grecia, come quello che vi presentiamo, non può non richiamare alla mente il viaggio compiuto da San Paolo verso l’anno ’50 da nord a sud del Paese con le varie tappe a Filippi, Tessalonica, Berea, Atene, Corinto… Successivamente è noto che Paolo scrisse appassionate lettere ai Filippesi, ai Tessalonicesi, e ai Corinzi; mentre curiosamente egli non scrisse agli Ateniesi.
Tuttavia il racconto di Luca negli Atti degli Apostoli (cfr. Atti 17, 16-34) ci documenta un discorso tenuto ad Atene, che merita una attenzione particolare, non solo perché tenuto nella metropoli greca più carica di storia e di filosofia, ma anche perché è interessante il luogo in cui san Paolo lo pronunciò, cioè all’Areopago, noto consiglio amministrativo della città che aveva già processato Socrate nel 399 avanti Cristo.
Per la verità, l’intervento di Paolo all’Areopago fu occasionale. Egli infatti mirava di preferenza a un contatto non tanto elitario ma aperto a tutti. In effetti Paolo ad Atene aveva stabilito due punti per la sua attività evangelizzatrice:
- la Sinagoga, conforme alla propria matrice giudaica,
- e soprattutto l’Agorà, cioè la piazza comune, dove poteva incontrare gente di ogni sorta. Proprio là incontrò due diverse reazioni: alcuni lo qualificarono negativamente come «ciarlatano», mentre altri più desiderosi di capire il suo pensiero lo invitarono appunto al luogo più riservato dell’Areopago.



Un esempio d’inculturazione della fede ad Atene
La frequentazione dell’Agorà e dell’Areopago da parte di Paolo diventa perciò metafora di ogni intelligente tentativo di immettere l’annuncio evangelico nei canali della vita culturale degli uomini. A questo proposito riportiamo le parole che Papa Francesco pronunciò nel 2019, approfondendo la figura e l’apostolato del nostro Santo.
“Dopo le prove vissute a Filippi, Tessalonica e Berea, Paolo approda ad Atene, proprio nel cuore della Grecia. Questa città, che viveva all’ombra delle antiche glorie malgrado la decadenza politica, custodiva ancora il primato della cultura. Qui l’Apostolo «freme dentro di sé al vedere la città piena di idoli» (At 17,16). Questo “impatto” col paganesimo, però, invece di farlo fuggire, lo spinge a creare un ponte per dialogare con quella cultura.

Paolo sceglie di entrare in familiarità con la città e inizia così a frequentare i luoghi e le persone più significativi. Va alla Sinagoga, simbolo della vita di fede; va nella Piazza o Agorà, simbolo della vita cittadina; e va all’Areopago, simbolo della vita politica e culturale. Incontra giudei, filosofi epicurei e stoici, e incontra tutta la gente.
In tal modo Paolo osserva la cultura e l’ambiente di Atene «a partire da uno sguardo contemplativo». Scopre così «quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade e nelle sue piazze». Paolo non guarda la città di Atene e il mondo pagano con ostilità ma con gli occhi della fede. E questo ci fa interrogare sul nostro modo di guardare le nostre città: le osserviamo con indifferenza? Con disprezzo? Oppure con la fede che riconosce i figli di Dio in mezzo alle folle anonime?
Paolo sceglie di guardare Atene e i luoghi che attraversa con quello sguardo che lo spinge ad aprire un varco tra il Vangelo e il mondo pagano. Nel cuore di una delle istituzioni più celebri del mondo antico, l’Areopago, egli realizza uno straordinario esempio di inculturazione del messaggio della fede: annuncia Gesù Cristo agli adoratori di idoli, e non lo fa aggredendoli, ma facendosi «costruttore di ponti».
Paolo prende spunto dall’altare della città dedicato a «un dio ignoto» (At 17,23), e partendo da quella “devozione” al dio ignoto, entra in empatia con i suoi uditori proclamando che Dio «vive tra di loro» e «non si nasconde a coloro che lo cercano con cuore sincero, sebbene lo facciano a tentoni». È proprio questa presenza che Paolo cerca di svelare: «Colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio» (At 17,23).
Costruire ponti tra Vangelo e Cultura
Alla luce di queste parole, è importante considerare l’esperienza di Paolo ad Atene e attraverso l’intera Grecia, come metafora di tutte le occasioni e di tutti i luoghi possibili di confronto tra Vangelo e cultura.
Va tuttavia precisato che, se all’Areopago si giunge solo su invito o per un cortese trascinamento, così che non sempre e non a tutti è possibile accedervi.
Nell’Agorà, per natura sua più aperta, Paolo poteva parlare con chiunque incontrasse. L’Areopago richiama l’idea di un ambito riservato e persino aristocratico, mentre l’Agorà propone l’idea di un ambito popolare, democratico, comune luogo d’incontro. Del resto è dall’Agorà che si comincia: ciò che fa audience nell’Agorà finisce prima o poi per approdare in un Areopago.
In fondo, la Galilea profonda era stata l’Agorà per Gesù e il Sinedrio di Gerusalemme il suo Areopago che però alla fine lo condannò. È vero che non si può sempre parlare a tutti indistintamente. Tuttavia, se alla fine del discorso di Paolo almeno due persone come Dionigi e Damaris aderirono alla sua Parola e divennero credenti (Atti 17, 34), è segno che l’impegno apostolico e missionario non è mai senza un qualche risultato.
Ebbene, anche noi oggi come cristiani e come pellegrini su questa nostra terra, siamo chiamati a rendere testimonianza della nostra fede in una Agorà vasta come l’intera società. L’importante è di non restare arroccati nella nostra fede, ma di confrontarla costruendo ponti e offrendola con gioiosa umiltà. In questo senso gli Atti degli Apostoli non sono mai terminati e per ciascun battezzato valgono sempre le parole rivolte dal Signore a Paolo dopo Damasco: “Sii uno strumento eletto per portare il nome del Signore davanti ai popoli” (cfr. Atti 9, 15).
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